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CAPITOLO 3

Aggiornamento: 10 apr

ZEUS




Elio imboccò subito la pista ciclabile che fiancheggiava la scuola; da una finestra aperta scorse un uomo chiacchierare con la professoressa Soave, ancora agitata forse per il comportamento degli studenti. Chissà se l’indomani avrebbe ricevuto la sua prima nota, superando persino Marco Galvan, uno studente diventato leggenda per aver ricevuto tre giorni di sospensione dopo solo una settimana di lezioni. Sara aveva parlato per giorni di lui, raccontando di quando il ragazzo aveva attivato l’estintore della palestra provocando il panico. La polvere aveva ricoperto la stanza che precedeva l’aula di ginnastica, facendola assomigliare a un giardino innevato. Ricordò che il nonno aveva soprannominato quel ragazzo “il teppista della palestra”, chiedendo quotidianamente a Sara se avesse combinato altre birbanterie.

La pista ciclabile, interrotta ogni cento metri dall’imbocco di una via, arrivava quasi a casa dei nonni. Era la prima volta che Elio percorreva quella strada da solo ed era sicuro che, arrivato a casa, avrebbe ricevuto una strigliata epica.

Il fiato finì all’imbocco di via Bachelet, in prossimità del recinto delle galline del vecchio Vidale, un amico dei nonni. L’uomo passava le giornate ad accudirle. Elio, che di tanto in tanto andava ad aiutarlo, si era aggiudicato così il soprannome di Pollo. Gli era stato affibbiato da Alberto che, un giorno, mentre era in bicicletta con la madre, l’aveva visto giocare con due galline.

Il giorno dopo, il bulletto non aveva perso tempo: aveva radunato l’intera classe e raccontato la scena, facendo una perfetta imitazione delle galline.

Quel giorno, Elio Ricci aveva pianto, ma nessuno aveva smesso di prenderlo in giro.

«Ragazzo.»

Elio, le mani attaccate al recinto, cercò la sorgente della voce. Da dietro il pollaio, un uomo anziano dall’ampia stempiatura con un rastrello arrugginito e un largo sorriso lo stava salutando.

«Ciao, Flavio», rispose. «Sai, oggi ho iniziato le medie», continuò sorridente.

«Per la Peppa!» esclamò il vecchio lasciando cadere l’arnese e avvicinandosi al giovane. «E raccontami, com’è andata?»

Elio fece una piccola smorfia. «Bene», mentì. Era la risposta che dava a tutti a quella domanda, anche se magari aveva preso due insufficienze e una nota. «Ora devo andare, mia nonna mi sta aspettando.»

«Va bene. Salutami tutti e, mi raccomando: stai lontano dai guai.»

Tornò a camminare a passo spedito verso casa e imboccò il sottopassaggio che collegava Bertesinella, il quartiere natale del padre, alla Stanga, il suo.

Stava percorrendo la scura strada senza togliere lo sguardo dai graffiti fatti con bombolette di vernice nera sui muri quando d’improvviso urtò contro qualcosa e finì a terra.

«Mi scusi, non l’avevo vista», si affrettò a dire. «Aspetti, ma lei non è un insegnante della mia scuola?» chiese, ricordandosi di quando l’uomo dai capelli rossi gli aveva gentilmente indicato l’aula magna.

L’uomo lo aiutò a rialzarsi e gli sistemò lo zaino, ripulendolo con tre colpi dalla polvere. «E queste impronte?» indicò un punto della rossa cartella eludendo così la sua domanda.

Elio se la tolse e notò che lo stampo grigio di una scarpa era rimasto visibile. «Oh, l’ho calpestata per sbaglio», mentì ripulendola con un lembo della maglietta arancione.

«Che scritta curiosa», ammise l’uomo puntando il lungo dito sulla maglia.

«L’ho fatta stampare io.»

«Mi piace la fantasia con la quale ti sei vestito.»

Elio incrociò i suoi profondi occhi marroni e si sentì a disagio. Era solo, nell’ombra di una strada sotterranea, insieme a uno sconosciuto. «Ora devo andare, mio padre mi aspetta oltre il sottopassaggio», rispose lui prontamente, ricordando le raccomandazioni che sua madre faceva a sua sorella.

«Tuo padre eh?» mormorò l’uomo ammiccando. «Molto bene, vedo che sai che non devi dare retta agli estranei.»

Estrasse dal taschino del gilet un piccolo orologio. «Devo andare. Ci si vede, giovane Elio» e s’incamminò verso la direzione da cui Elio era arrivato

Ancora stranito per l’avvenimento, Elio si ripulì le braghe impolverate e notò un oggetto in bilico sopra la griglia per lo scarico dell’acqua. «Una penna», disse raccogliendo il tubicino di plastica nera trasparente chiuso con un tappo molto lungo. «Signore, le è caduta…» ma l’uomo era sparito.

Decise quindi di infilarsela in tasca, in fondo si trattava solo di una penna.

La casa blu lungo Strada dello Stige si ergeva subito dopo il sottopassaggio. Il parcheggio di ghiaia era vuoto, fatta eccezione per la Fiat Punto grigia della signora Laura, la parrucchiera che aveva il salone sotto l’appartamento di Elio.

Le tapparelle del suo terrazzo erano sollevate e le finestre spalancate, segno che qualcuno era in casa.

Il palazzo era composto da quattro pianerottoli con due appartamenti ciascuno: il primo, partendo dal basso, della signora Farina e del signor Barbieri, una coppia di anziani sempre pronti a rimproverare lui e Dani per i continui schiamazzi; il secondo della signorina Dalla Vecchia, una ragazza di trent’anni che viveva lì da poco; il terzo era quello dei nonni, e l’ultimo invece era disabitato da sei anni.

Era lì che abitavano prima che il padre li abbandonasse, proprio sullo stesso pianerottolo dei nonni.

«Chi è?» domandò una voce severa dal citofono dopo la seconda volta che Elio aveva suonato.

«Io, nonno.»

Un crack, e la porta di vetro si aprì. Elio la spinse con troppa energia e la porta si schiantò contro il muro, creando un piccolo solco nell’angolo superiore.

Sulle scale c’era il vecchio Barbieri. «La vuoi rompere?» tuonò avvicinandosi minaccioso.

«Io… scusa», balbettò Elio, il viso rosso per la vergogna, gli occhi posati sulle scarpe da ginnastica.

«Ovviamente ora tocca a me sistemare il muro», bofonchiò l’anziano mostrando i denti giallastri. «Vattene a casa e cerca di non combinarne altre.»

Elio afferrò le spalline dello zaino e corse, risalendo le due rampe di scale.

«Cos’hai combinato, adesso?» domandò il nonno alla porta. «Ho sentito Armando lamentarsi.»

Posò lo zaino a terra, vicino al freddo termosifone del corridoio. «Niente, si è arrabbiato perché ho sbattuto il portone», rispose omettendo il particolare più importante, il muro danneggiato.

I baffi cenerini del nonno si arricciarono, i suoi occhi azzurri, dietro le spesse lenti, parevano leggerlo. «Come mai sei già a casa? Tua nonna doveva venire a prenderti all’una, e ora sono le undici.»

«Oggi era il primo giorno e le lezioni finivano alle dieci. Se mamma fosse andata alla riunione la settimana scorsa lo avremmo saputo tutti.»

Il nonno sbuffò, si grattò la testa stempiata e tornò in camera sua lasciandolo davanti al televisore acceso.

Qualche minuto dopo la porta di casa si riaprì, e una stanca signora Elvira con due sacchetti della spesa entrò, ma quando si trovò davanti il nipote domandò allarmata: «Cosa fai a casa?».

Le spiegò cos’era successo, e la donna s’infuriò. «Vai in camera tua, e quando torna tua madre farai i conti anche con lei. Tornare a casa da solo, ma questo è matto!»

Elio sbuffò, spense il televisore e andò in camera, triste e adirato. «Non è colpa mia», borbottò scaraventando lo zaino sopra il letto del fratellino. Ne estrasse un blocco da disegno, l’astuccio nuovo e li appoggiò sulla piccola e caotica scrivania.

Ripensò d’un tratto al suo primo giorno di scuola, alle prese in giro dei suoi compagni, agli insulti e allo sguardo della Fin quando aveva fatto scattare l’allarme e, d’istinto, trattenendo le lacrime, pensò: “Quanto vorrei un amico”.

Aprì il blocco di fogli e iniziò a disegnare: la punta della penna premuta contro il foglio si muoveva a scatti, tracciando dei piccoli solchi.

«Non funziona», si lamentò scuotendola. Provò persino ad alitare sulla sfera, ma anche quel tentativo fallì.

Colto da un improvviso attacco di rabbia, scagliò il piccolo oggetto contro il muro, spaccandolo in due parti. Si alzò e si chinò per raccoglierne i pezzi quando si ricordò della penna trovata a terra. «Vediamo come scrive.»

Sfilò il lungo tappo e posò la punta sul foglio, ripassando i solchi fatti con la penna non funzionante.

Per prima cosa disegnò il corpo, lungo e affusolato, sostenuto da quattro zampe forti e possenti che si posavano sul vuoto del foglio, un vuoto che presto diventò una roccia. Le code erano tre, fini all’attaccatura, più grosse al centro per poi finire a punta, come quella di una volpe. Disegnò con estrema attenzione un delicato muso schiacciato, simile a quello di un carlino o di un boxer, vista la stazza da cui spuntava un grosso naso. Ad attorniarlo, una folta maschera di pelo: la parte superiore sembrava una corona con cinque punte rivolte verso l’alto; quella inferiore, due baffi simili a quelli del vecchio nonno Gigi.

L’animale, simile a un cane, era messo di lato, quindi l’occhio destro era nascosto. Era una tecnica che gli aveva insegnato il maestro di disegno delle elementari, una tecnica che lo agevolava dato che non riusciva mai a rendere i due occhi simmetrici.

Si concentrò quindi su quello sinistro, tracciando un trapezio attaccato alla corona. Al centro una sfera, che ne conteneva a sua volta una molto più piccola, che Elio marcò premendo la penna nera. Lo sguardo era profondo, inquietante e al contempo rassicurante.

Elio guardò il disegno per diversi minuti, non del tutto soddisfatto della sua opera. “Manca ancora qualcosa.”

Spostò la penna intorno al quadrupede, senza segnare il foglio e, posando la punta affusolata sulla schiena del cane, tracciò dei segni ricurvi, segni che presto presero la forma di fiamme.

«Bello», ammise soddisfatto guardando ogni minimo dettaglio.

Stava rifinendo la maschera quando la punta della penna scivolò, sporcando di azzurro l’interno della corona.

«Ma…» disse sorpreso, guardando la linea colorata che si espandeva sino a riempire l’interno dell’area. Si alzò di scatto, e la sedia rovinò al suolo. Senza aspettare, tracciò subito un segno sulla copertina del blocco. «È nero», mormorò, stupito.

Posò ancora la punta della penna dentro una delle maschere laterali, e fece pressione.

«Ma cosa sta succedendo?»

Il puntino iniziò a crescere, e in pochi secondi colorò l’intera maschera di azzurro.

Euforico e al contempo spaventato, fece la stessa cosa sul corpo della bestia: un nuovo segno si allargò, fino a creare un folto manto fulvo.

«Ma è magnifico!»

Le zampe e il pelo del petto diventarono rosse vermiglio; le fiamme di un intenso blu cobalto; l’occhio una piccola sfera di un viola così brillante da farlo sembrare vero.

Fece la stessa cosa sulle tre code, le quali presero il colore del resto del corpo: quella centrale, della stessa tonalità fulva del manto; quella di sinistra, nascosta dalle fiamme blu cobalto, rossa come le zampe e il pelo del petto; mentre la terza, quella di destra, assunse il colore azzurro della maschera.

«Lo chiamerò Zeus!»

Restò in camera per il resto del pomeriggio, saltando persino il pranzo.

I fratelli erano tornati entusiasti dal loro primo giorno di scuola: Sara canticchiava un motivetto fastidioso, lo stesso dall’inizio dell’estate, la colonna sonora di una pubblicità di cioccolatini; Dani sovrastava la voce della sorella con la canzone del conte Canterino, sbattendo l’uno contro l’altro due coperchi metallici.

Erano le quattro di pomeriggio, e l’intero condominio era già stanco di sentire il caos della numerosa famiglia.

«Dani, stai buono», mormorò la nonna porgendogli un succo di frutta alla pera e un panino con la cioccolata. «Guarda i cartoni», continuò accendendo il televisore.

Elio, sentendo la musichetta della pubblicità, chiuse la porta e tornò alla sua scrivania. Estrasse dallo zaino una circolare con gli orari provvisori che gli aveva dato la professoressa Soave, e li osservò controvoglia.

Prese da uno dei cassetti della scrivania due grossi libri ancora avvolti nella pellicola trasparente: La matematica non è un’opinione, L’arte di disegnare e un quaderno a quadri con un robot che volava sopra la Terra sparando missili infuocati. Rimise il tutto nello zaino, compreso l’astuccio e il blocco da disegno, e lo richiuse, riponendolo con un calcio sotto la scrivania.

In quell’istante la porta dell’ingresso si spalancò. «Eccomi», annunciò Benedetta.

Con i capelli in disordine, il trucco ormai sbiadito e due profonde occhiaie che appesantivano i suoi occhi stanchi, Benedetta sembrava una donna di mezza età, sebbene fosse ancora lontana da compierne quaranta.

«Mamma, mamma, Elio è in punizione!» gridò euforico il piccolo di casa.

«Ah davvero?» rispose lei togliendosi la giacca. «E perché mai?»

Dani rispose con una sonora risata e iniziò a correre avanti e indietro nel lungo corridoio scuro.

«Mamma, cos’è successo adesso?»

Elvira, apparsa dalla cucina maneggiando uno strofinaccio umido, sospirò. «Ricordi la riunione alla quale non ti sei presentata lo scorso mercoledì?»

Benedetta, ancora con le chiavi e il giubbetto in mano, la fissò perplessa. «Riunione? Quella alla scuola di Elio?»

«Esatto», rispose. «Hanno comunicato ai genitori che la lezione di oggi sarebbe finita alle dieci. Elio non sapendo nulla ha pensato bene di tornare a casa da solo invece di telefonarci.»

Gli occhi di Benedetta si fecero d’un tratto comprensivi, e decise quindi di andare da suo figlio. «Posso entrare?» domandò, bussando alla porta chiusa.

«Certo.» Elio la guardò storto, offeso per la sua superficialità e indifferenza verso le sue cose.

«Ti chiedo perdono, è colpa mia se sei in questa situazione», si scusò con voce amorevole sedendosi sul letto ancora sfatto di Daniele.

Elio era in piedi e guardava dalla finestra la corte interna, dando le spalle alla madre.

«Ma tu non saresti dovuto tornare a casa da solo, sai che non voglio.»

Elio richiuse la tenda e si sedette al suo fianco. «Lo so, scusami mamma», la abbracciò.

Dopo avergli stampato un bacio sulla fronte, Benedetta si alzò e lasciò la stanza. Elio allora tornò alla sua postazione di prima, davanti alla finestra, quando venne attratto da una cosa tanto bizzarra quanto allarmante. L’uomo che aveva incrociato nel sottopassaggio era davanti casa sua, fermo.

A un certo punto, ricordò una cosa successa quella mattina, una cosa a cui, sul momento, non aveva dato peso. “Mi ha chiamato Elio.”

Chiuse la tenda e corse in salotto. «Mamma, vieni!» gridò agitando le mani.

Benedetta stava mangiando un mandarino, si infilò tre spicchi in bocca, si alzò dalla comoda sedia in velluto e lo seguì.

Elio tirò la tenda e vide lo sconosciuto ancora fermo nella stessa posizione.

«Cosa?» chiese la donna, il naso premuto contro il vetro.

«Quello!» strillò Elio indicando l’uomo che, come se nulla fosse, era ancora rivolto alla sua finestra, dentro il giardino condominiale.

«Non c’è nessuno lì», affermò Benedetta, stranita.

«Come no,» disse il ragazzo alzando la voce, nervoso per la strana situazione, «è lì, ha i capelli rossi e—»

«Adesso basta! Ti ricordo che sei finito dalla preside per aver inventato una storia simile, forse non ti è servito a nulla.» Il tono duro non lasciava spiraglio di replica. «Ora vai a farti la doccia, ceni e vai a letto!» gridò uscendo e sbattendo la porta.

Elio, sull’orlo delle lacrime, si voltò in direzione dell’uomo, ma questi era scomparso.

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