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CAPITOLO 1

Aggiornamento: 10 apr

LA FAMIGLIA RICCI




«Amici, pare proprio che Elio Ricci si stia per svegliare.»

L’unica casa blu di Strada dello Stige era appena stata colpita dai primi raggi del sole, e un giovane uomo la fissava con tale intensità che sembrava poterne vedere l’interno.

Tralasciando il lungo frac perlaceo, Astro si presentava come una persona del tutto ordinaria. Certo, non era cosa comune che qualcuno sedesse sul ramo di un salice piangente e si rivolgesse a una coppia di passeri, ma questo dettaglio pareva non infastidire i passanti mattinieri che, anzi, sembravano non vederlo nemmeno.

«Ragazzi, vi ho detto di svegliarvi!»

L’assonnata via venne di colpo scossa da un gelido grido proveniente dall’ultimo piano della palazzina, e Astro ridacchiò: «Benedetta dev’essere già infuriata».

E aveva ragione.

Da quando suo marito era uscito per “fare benzina”, sei anni prima, Benedetta aveva dovuto fare sia da madre sia da padre ai suoi tre figli, e questo aveva portato la sua pazienza a dimezzarsi. Per sua fortuna però, aveva trovato sostegno nei suoi genitori, che si erano resi disponibili ad accogliere figlia e nipoti finché non si sarebbero rimessi in piedi. Forse credevano che qualche mese sarebbe stato più che sufficiente. Invece, dopo sei anni, erano ancora lì.

 «Papà, potresti portare tu i bambini a scuola?» domandò Benedetta dal bagno mentre si infilava a fatica in un paio di jeans scoloriti.

«Li porto io,» sbuffò nonna Elvira, «tuo padre si è già chiuso in camera.»

Gigi, il vecchio fotografo del paese, odiava la confusione, e vivere in un tricamere insieme a una moglie brontolona, a una figlia nevrotica e a tre nipoti “indemoniati”, come li chiamava lui, non era ciò che si era aspettato per la sua pensione. Per questo passava tutto il tempo all’interno della sua stanza.

Davanti alla porta del bagno, un ondeggiante Elio Ricci fece la sua apparizione. «Mamma, hai visto i cereali? Ne avevo lasciati un po’ per questa mattina», si lamentò, e guardò la madre con tristi occhi verdi. Tra le mani paffute stringeva la scatola vuota della sua colazione.

«Mangia della marmellata col pane avanzato di ieri», rispose Benedetta mentre si metteva il rossetto.

«Ma non mi piace, lo sai», e si sedette sul bordo della vasca da bagno sprofondando nel largo pigiama grigio che lo rendeva più goffo di quanto già non fosse.

«Ascolta, so che non ne vai matto, ma potresti anche sforzarti per una volta», intervenne la nonna che aveva sentito le lamentele del nipotino. «Vieni, tua madre è in ritardo.»

Ma in quel momento, un bambino biondo arrivò dalla cucina facendo roteare un sacchetto di plastica trasparente.

«I miei cereali!» gridò Elio, dando il via a un rumoroso inseguimento. «Ridammeli», gli intimò, ma Daniele, o Dani, come veniva chiamato da tutti, era troppo su di giri per arrendersi.

Cosa avrebbe potuto esaltare così tanto un bambino di sei anni alle sette di mattina?

«Ragazzi!» strepitò Benedetta apparendo in soggiorno. «Volete far tardi il primo giorno di scuola?»

Elio sospirò. «Scusa, mamma», mormorò, ma dovette lottare con se stesso per non scagliare un cuscino del divano contro il fratello, che lo guardava trionfante.

Sedata la ressa rissa, Benedetta tornò verso il bagno, solo per accorgersi che la porta era chiusa. «Per l’amor del cielo! Sara, apri per favore.»

La porta venne spalancata con veemenza. «Hai avuto tutta la mattina per prepararti, io entro un secondo e devo subito uscire?» I grandi occhi blu della ragazza, molto simili a quelli della madre, erano socchiusi, quasi ridotti a due fessure da cui scaturiva un’ondata di rabbia. «Oggi inizio il liceo, il momento più importante nella vita di una ragazza, ma a te non importano queste sottigliezze adolescenziali, dico bene?»

«Eccola…» sussurrò la madre, ancora davanti a lei.

Sara si elevò in tutta la sua altezza. «Ma eccola cosa? Ti rendi conto che sono le sette e dieci e devo ancora prepararmi? No, ovvio che no, l’importante è che tu abbia il tempo di metterti il rossetto, mio tra l’altro, da sfoggiare con i quattro vagabondi perdigiorno che frequentano quella bettola», sibilò, facendo oscillare una cascata di capelli dorati.

«Se avessi usato il tempo che hai sprecato a vaneggiare, ora saresti pronta.» Benedetta entrò nel bagno, afferrò un pacchetto di fazzoletti e, prima di infilarli nella borsa, li mostrò alla figlia. «Vedi? Avresti perso solo pochi secondi se mi avessi aperto subito», precisò sorridendo, e quando si voltò per salutare i bambini, Sara le fece il verso.

«Adesso devo andare. Buona giornata, ragazzi, buon primo giorno di scuo—»

«Che succede?» chiese la nonna mentre estraeva dall’armadio della camera un abito nero con fiori rossi e gialli.

«Porca miseria!» esclamò Benedetta con voce squillante colpendosi la testa con entrambi i palmi. «Oggi avrei dovuto presenziare al primo giorno di Dani e parlare con la preside di Elio, ma se arrivassi in ritardo al lavoro ancora una volta potrei essere rimpiazzata da Luisa.»

Erano le sette e un quarto, e a casa Ricci erano già iniziati i problemi.

«Accompagno Elio a scuola e poi resterò insieme a Dani per l’inserimento. Con la preside parlerai un altro giorno», mormorò Elvira.

Benedetta tornò in cucina e iniziò a far scorrere il dito sopra i numeri neri del calendario. «Okay, oggi è il 13», sussurrò a bassa voce. «Potrei fare mercoledì 15.» Poi, notando il numero 30 cerchiato in rosso, aggiunse: «Elio, manca poco al tuo compleanno, pensa a cosa vuoi».

«Tranquilla, non mi serve nulla.» Elio non era mai stato un bambino esigente, mai, neppure da piccolo. Quando al suo settimo compleanno Benedetta aveva dimenticato l’importante giorno, e la sera si era presentata a mani vuote, per non farla sentire in colpa Elio aveva incartato uno dei suoi giocattoli preferiti, glielo aveva passato e le aveva sussurrato di darglielo. Lei era scoppiata in lacrime, davanti a quel gesto così innocente, e si era ripromessa di non dimenticarsene più; per non sbagliare, ogni anno scriveva sul calendario, sotto al numero trenta del mese di settembre, compleanno Elio.

«Buona scuola, bambini, comportatevi bene», si raccomandò stampando un grosso bacio sulla testa dei due maschietti.

«Buon lavoro», rispose Elio.

Quando la porta si richiuse, Sara sgattaiolò in camera della madre; Elio invece andò nella propria.

I tre figli condividevano non solo il tetto ma anche la camera.

Elio e Dani dormivano in un letto a castello, sopra il quale spuntava il poster di Astidestro, il protagonista della serie animata Lottadox, il loro cartone animato preferito.

Sara dormiva invece in un piccolo letto a una piazza coperto da un lungo lenzuolo bianco sul quale il gigantesco viso di Federico, il suo ragazzo, sorrideva al soffitto.

Benedetta aveva fatto una scenata quando la figlia aveva preteso di usarlo come copriletto, ma alla fine si era arresa.

I muri bianchi erano stati invasi da poster di attori e cantanti famosi e da fotografie di alcune amiche, fissate con piccole puntine colorate alla parete ormai ridotta a un colabrodo.

La finestra che dava sulla corte interna, aperta per arieggiare la stanza, era ricoperta da una lunga tenda a tema safari che sbatteva, smossa da un debole vento, contro la piccola scrivania di legno chiaro, in tinta con le pareti. Benedetta l’aveva trovata al mercatino dell’usato e portata a casa per soli venti euro, un vero affare come soluzione provvisoria; tuttavia si infuriò quando aveva scoperto che Elio l’aveva rovinata con delle incisioni fatte con la punta del compasso.

Elio era abituato a essere sgridato per cose simili; in molte occasioni, infatti, incapace di concentrarsi, si era ritrovato a disegnare cose strane mentre studiava.

«Soffre di deficit dell’attenzione, è molto usuale per i bambini dislessici», aveva detto il dottor Marangon, il neuropsichiatra infantile che seguiva Elio da tre anni.

Quella rivelazione aveva dato una spiegazione ai voti deludenti e alle continue frasi di circostanza degli insegnanti, tuttavia non servì ad attenuarle facendo perdere a Elio non solo la fiducia nel sistema scolastico ma anche in se stesso.

Solo tre mesi prima aveva detto addio a quegli insegnanti che tanto l’avevano criticato, non con odio bensì con un sorriso. Adesso avrebbe iniziato la scuola secondaria di primo grado, sarebbe partito da zero e non avrebbe deluso nessuno.

Elio si levò il pigiama e lo posò sopra al letto; entrò poi nella stanza della madre dove un enorme armadio a quattro ante conteneva tutti i vestiti della famiglia.

«Esci, non vedi che mi sto vestendo?» gridò Sara, acida, e lo scagliò fuori con tanta ferocia che Elio si ritrovò disteso sul pavimento.

In quello stesso istante, Dani stava scappando via dalla nonna, urlando e lanciando per aria i cereali inzuppati di latte che finirono sul volto e sui capelli corvini di Elio, come una pioggia di fango appiccicoso.

«Daniele, guarda che hai combinato! Ora vieni che ti devo vestire, abbiamo solo dieci minuti!» gridò severa la nonna, strattonandolo per il braccio e scomparendo nella stanza materna.

Elio rest ò fermo per qualche istante a osservare una ragnatela, ridotta a un grosso filo, penzolare dal soffitto. S’immaginò quel ragno sfrattato in malo modo dalla sua casa dalla scopa della nonna. “Povero ragno.”

«Che fai ancora a terra?» domandò Sara, disinteressata, tornando in camera sua. Quando Elio distolse l’attenzione dalla ragnatela per osservare la sorella, lei era sparita.

Continuando a pensare a quanto brutta fosse la vita per gli insetti domestici, si rialzò senza fiatare e, staccandosi i cereali dai capelli, tornò in camera a cercare i propri vestiti.

Distratto dai capricci di Dani e dalle grida della nonna che tentava di infilargli una camicia di jeans, estrasse un paio di pantaloncini blu della tuta, con cuciture rigide su entrambi i lati e uno spago mordicchiato, troppo lungo da un lato e assente dall’altro, una maglietta arancione con la scritta sbiadita le stelle sono tante, ma i sogni sono infiniti, e un paio di calzini lunghi con strisce nere su tessuto verde.

In genere era Benedetta a preparargli i vestiti, ma quella mattina, viste le circostanze, aveva dovuto arrangiarsi da solo.

Uscì per tornare nella sua stanza dove la sorella, coperta da un lungo impermeabile nero, stava raccogliendo il suo zaino nuovo, spingendoci dentro alcuni cosmetici. Poi estrasse da uno dei cassetti uno specchio e iniziò gli ultimi ritocchi, e fu lì che vide il riflesso del fratello. «Davvero vai conciato così?» domandò, voltandosi.

«Perché?» chiese lui scrollando le spalle.

Sara lo scrutò con attenzione. «Ah, niente. È la prova che sei stato adottato.»

Era una cosa che Sara ripeteva spesso, una cosa che tra fratelli ci si dice, ma che infastidiva molto Elio.

«Smettila, non è vero che sono adottato», sbraitò lui, ma ormai lei era già uscita, e dall’ingresso la nonna disse che dovevano andare.

Elio corse a prendere un paio di scarpe bianche con la chiusura a strappi, afferrò lo zaino rosso di Astidestro e, dopo aver salutato il nonno, uscì. Lo faceva sempre, anche se non riceveva mai risposta.

Scesero di corsa le scale, Daniele diede una spallata alla nonna, che si aggrappò al corrimano in legno, evitando una brutta caduta.

I tre fratelli ed Elvira salirono nell’unica macchina posteggiata nel parcheggio di ghiaia del condomino. Al terzo tentativo, dopo un sonoro botto, la vecchia Clio rossa si avviò.

La cosa strana però, fu che solo Elio si accorse della persona che li salutava seduta sul ramo del salice, e il ragazzo ricambiò il gesto.

Il rumore metallico della Clio si allontanò da Strada dello Stige.

Astro spostò lo sguardo in direzione dei due piccoli e spaventati passerotti. «Sappiate che non era mia intenzione disturbarvi, volevo solo vedere il ragazzo.»

In quell’istante, a pochi centimetri dall’albero, l’aria si aprì in uno squarcio di luce, un’apertura pulita e silenziosa. Prese la forma di una porta scintillante, e da lì spuntò una testa tonda ricolma di capelli rossi. «Sono arrivato in tempo?»

«Vorrei poterti dire di sì, caro Zenit, ma ancora una volta la tua puntualità è in ritardo rispetto agli eventi importanti.»

«Mannaggia a Velo», si lamentò Zenit uscendo dalla porta di luce. «Lui e le sue strampalate idee di modernizzare le fantasie degli Estrosi. Ma dimmi, l’hai visto?»

Astro estrasse dal taschino interno del frac perlaceo un piccolo cilindro di cristallo a punta diamantata, lo puntò contro l’aria e iniziò a muovere la mano come se stesse disegnando.

Dalla punta scaturì una scia luminosa che assunse le sembianze di un disco d’aria e, dopo un secondo tocco, il piatto si solidificò. A quel punto, Astro si spostò sopra al disco e questo iniziò la sua lenta discesa, fino a dissolversi quando toccò il suolo erboso.

«Ovvio, amico mio», ridacchiò.

«Cos’è che ti diverte?»

«Quando mi ha visto, mi ha salutato. Non ha trovato bizzarra la mia presenza sopra l’albero, come se per lui fosse la cosa più naturale di questo mondo. Lo trovo affascinante», concluse, riponendo nel taschino il piccolo oggetto.

«Quindi ti ha visto?» domandò, stralunato.

«Certo.»

Zenit si strofinò gli occhi, poi aggiunse: «Possiamo dunque rivelarci a lui?».

«Svelare anzitempo l’esistenza degli Estrosi sarebbe sbagliato e controproducente. Temo quindi che dovremmo aspettare finché non sarà lui stesso a capire quanto la sua fantasia possa fare. Nel frattempo, a noi non resta che attendere.»

Zenit si grattò il pancione.

«Dai, ora torniamo a casa. Temo di aver tediato sin troppo la quiete di quei piccoli passeri», commentò Astro indicando il nido e, dopo aver guardato un’ultima volta la casa blu di Strada dello Stige, i due uomini entrarono nella porta di luce, svanendo nel silenzio del mattino.




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